Il fascino di questo posto
non sta in quello che c'è
ma in quello che manca.

This is not a cliché.

Settembre 2015

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Mercoledì,
16 Settembre 2015

L'Murin e la farina dei ricordi

Ricordo la casetta accanto alla piscina. D’estate era usata come cabina spogliatoio per gli ospiti dell’albergo. Ricordo che con i miei amici salivamo sul tetto. E da lì, con tre passi di rincorsa, saltavamo in acqua. A pensarci bene, bastava fare un salto un po’ più corto che invece dell’acqua si trovava il porfido che circondava il bordo della piscina. Non so se Anny, mia madre, fosse felice di questo. Lo facevamo di nascosto. E forse Ernesto, mio padre, faceva finta di niente.
„Mulino o meno, la casetta in legno accanto all’albergo è parte integrante della nostra storia.“
Ricordo che d’inverno la casetta era usata come deposito per gli sci. Passavo interi pomeriggi a sciolinare e fare le lamine agli sci per i clienti. Dato che facevo le gare, dovevo preparare i miei e quindi preparavo anche quelli degli ospiti. A volte ne avevo anche dieci paia da fare in un pomeriggio. Guadagnavo così i miei primi soldi. E ne andavo fiero. E i compiti potevano attendere. Ricordo che Ernesto invitava i suoi amici a giocare a una strana specie di curling su una pista ghiacciata poco sopra la casetta. Noi ragazzi la usavamo come campo da hockey. Dopo aver distrutto il bordo, che era in fibra di vetro, ci fu il divieto assoluto di continuare. Ricordo che Ernesto diceva che la casetta era un vecchio mulino. Non so, forse nessuno ci credeva più di tanto. Allora un giorno si presentò con un vecchio mulino a corrente, lo piazzò nella casetta e lo fece funzionare. Ha avuto sempre il pallino dei motori Ernesto. Fosse per lui, farebbe girare tutto con un bel motore scoppiettante. Così chiamava amici e ospiti e mostrava come il mulino a motore macinava il grano e lo trasformava in farina. 
Ricordo che sul finire degli anni novanta a mio fratello Max venne una strana idea: trasformare la casetta-mulino in un après ski. Andammo un po’ in giro a vedere come funzionavano da altre parti, soprattutto nelle rinomate località alpine austriache. Ricordo che avevamo un sacco d’idee: spostiamo qui, allarghiamo là, tiriamo giù, facciamo su. Alla fine, con l’aiuto di un amico architetto, realizzammo il nostro progetto e nel 2000, proprio con l’inizio del nuovo secolo, l’après ski era bell’e pronto. Mancava solo il nome. Che fu naturalmente ‘L’Murin’. Servivamo la pasta dentro la forma del parmigiano reggiano. A forza di girare quella strana colla fumante, ci venivano due braccia così. Adesso, dopo quindici anni di onorato servizio, L’Murin sembra più vispo che mai. D’inverno è meta per i giovani, e non solo, che dopo aver danzato sulle nevi danzano e se la spassano all’interno della vecchia casetta in legno. Abbiamo organizzato feste e notti bianche che ancora in giro se le ricordano. D’estate la vecchia casetta si trasforma in osteria e L’Murin ospita persone non solo dell’albergo, ma di tutta la valle. Pasta e fagioli e costicine con le patate al cartoccio sono famose anche aldilà del Sassongher. Non so se L’Murin sia mai stato un mulino per davvero. Quello che so è che questa casetta ne ha macinati di ricordi, trasformandoli in una farina dolce e lieve e che ha il gusto inconfondibile della vita che scorre.

Mathias Costa