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Giovedì
11 Marzo 2021

Non tanto la montagna più alta

Per afferrare nel suo insieme l’architettura della montagna, bisogna studiarla, percorrerla in tutti i sensi, inerpicarsi su ogni pendio, penetrare fin nella più piccola gola. Come ogni cosa, è un infinito per colui che vuol conoscerla nel suo intero.
La vetta sulla quale preferivo sedermi non è l’altura sovrana su cui installarsi come un re sul trono, per contemplare ai propri piedi gli estesi reami. Mi sentivo più felice sulla vetta secondaria da cui il mio sguardo poteva al tempo stesso scendere verso pendii più bassi, poi risalire, di cresta in cresta, verso le pareti superiori e la punta immersa nel cielo azzurro.
Là, senza dover esprimere quel moto d’orgoglio che avrei provato mio malgrado sul punto culminante della montagna, assaporavo il piacere di soddisfare completamente i miei sguardi alla vista di ciò che nevi, rocce, foreste e pascoli mi offrivano di bello. Planavo a mezza altezza tra le due zone della terra e del cielo, e mi sentivo libero senza essere isolato. In nessun altro luogo un sentimento più dolce mi penetrava il cuore.

Queste sono parole di Élisée Reclus, geografo anarchico e viaggiatore instancabile, autore di innumerevoli opere tra cui la celeberrima Nouvelle Géographie Universelle. Si trovano in un bellissimo testo intitolato Storia di una montagna, edito in Italia dai tipi di Tararà. In una libreria che contempli anche libri sulla montagna, questo libro non può mancare.