Il fascino di questo posto
non sta in quello che c'è
ma in quello che manca.

This is not a cliché.

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01 Agosto 2014

Prigionieri ancora di quelle trincee

Un colpo di pistola esploso a Sarajevo cento anni fa, mise a nudo la degenerazione umana e spirituale della civiltà  di allora. Ma la Grande Guerra è davvero finita?
"Cent’anni fa, la grande guerra portò milioni di morti, e non era la guerra che avrebbe posto fine alla guerra. Oggi sono oltre 50 milioni le persone in fuga. Siamo ancora, prigionieri di quelle trincee. Eppure, eppure non dobbiamo lasciarci prendere dallo sconforto. Tutt’altro. Dobbiamo, per citare il Grande di Assisi, “andare con letizia”. Farlo con un sorriso. E con un abbraccio grande da quassù."
“Poco più di un noioso contrattempo”, avrà pensato Francesco Giuseppe I un secolo fa. Regnava da quasi sette decenni. Il fratello era stato fucilato dai rivoluzionari, il figlio Rodolfo si era suicidato e la bella Sissi uccisa da un anarchico. Ora il ventenne Gavrilo Princip aveva appena ucciso Franz Ferdinand e Sofia. Forse una guerra circoscritta l’aveva presa in considerazione; ma mai avrà potuto immaginare un conflitto di dimensioni mondiali.
Lo sviluppo economico era in piena ascesa, negli anni antecedenti il 1914 l’ottimismo era alto: si ascoltava la radio, il cinema era un gioioso momento di aggregazione, la medicina in pieno sviluppo, il vento dell’innovazione soffiava inarrestabile e la libertà viaggiava in automobile! Era la Belle Époque: pura gioia di vivere dopo la grande depressione. I progressi della tecnica e della scienza, la nascita del cabaret, l’impressionismo, le nuove arti e le avanguardie, la pubblicità che generava euforia e istigava alla frivolezza. Il consumo però, superava i reali bisogni e le famiglie meno abbienti iniziarono a indebitarsi. Come in ogni società basata sul mero consumo delle merci, c’era chi vinceva e chi soccombeva. In una notte d’aprile del 1912 il transatlantico più sfarzoso di sempre, il Titanic, affondò: la grande corsa in direzione del progresso si arrestò e il grande sogno della Bella Epoca cozzò sull’iceberg della prosperità infinità. Tutta l’energia accumulata in quegli anni di puro eccesso cercava una valvola di sfogo. Era solo l’inizio di una successione di eventi che generò la “Urkatastrophe”, la “catastrofe originaria”, così lo storico George F. Kennan chiamò la 1. guerra mondiale.
La pace, però, sembrava ancora un caposaldo. Sì, c’erano i militaristi, i bellicosi, i tanti popoli sotto la morsa austro-ungarica che ambivano a una loro indipendenza. E c’era chi, tra i tedeschi, aspirava a una “Weltmacht” e guardava alla guerra come soluzione ai conflitti interni al governo. Churchill e Lloyd George non erano certo pacifisti; eppure l’opinione più diffusa di gran parte della politica di quel tempo era che la pace avrebbe avuto la priorità. 
L’energia accumulata però, ormai era fuori controllo. Parte del clero scrisse all’allora papa Benedetto XV: “Santo Padre, noi non vogliamo la vostra pace”. Thomas Mann giudicò la guerra “nobile”, Marinetti e i futuristi la glorificavano poeticamente, “la sintesi culminante e perfetta del progresso”, dicevano. Severini la appoggiò con i suoi dipinti futuristi e l’esteta d’Annunzio con le sue elucubrazioni. C’era chi si oppose, chi aveva capito: alcuni intellettuali, il dadaismo con il suo concetto di anti-arte ela rottura degli schemi, molti politici. Ma la dilagante, improvvisa, ondata di follia, autentica polveriera, esplose.
La propaganda si fece intensa, si arruolarono i volontari. Infine, la chiamata alle armi. Si pensò ad una guerra lampo, e invece divenne un armadio di atrocità. Da noi si combatteva sui monti, nelle trincee, con migliaia di ragazzi aggrappati per mesi alle pareti dolomitiche. La chiamarono guerra di posizione: si prendeva una postazione, per riperderla il giorno dopo. La guerra, nata da un afflato ipermoderno, divenne antimoderna, antica, grottesca. Divenne industriale, e l’inutile strage fu quanto di più folle si fosse mai visto.
Cent’anni fa, la grande guerra portò oltre 10.000 morti, e non era la guerra che avrebbe posto fine alla guerra. Oggi sono oltre 50 milioni le persone in fuga. Siamo ancora, prigionieri di quelle trincee. Eppure, eppure non dobbiamo lasciarci prendere dallo sconforto. Tutt’altro. Dobbiamo, per citare il Grande di Assisi, “andare con letizia”. Farlo con un sorriso. E con un abbraccio grande da quassù.

Michil Costa