Il fascino di questo posto
non sta in quello che c'è
ma in quello che manca.

This is not a cliché.

Dicembre 2015

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08 Dicembre 2015

Natale con i tuoi

Per chi lavora in una struttura alberghiera, o comunque lontano da casa, il detto ‘Natale con i tuoi…’ non è molto pertinente. Anzi. Il Natale è uno dei momenti più difficili di tutta la stagione lavorativa.
"È durante le feste natalizie che la distanza da ciò che si ama si fa più sentire, ma è solo un attimo, non preoccupatevi..."
La lontananza si fa più sentire, si avverte maggiormente proprio perché ovunque il richiamo alla festa è forte. Qui in Hotel c’è un clima sobrio, sereno, tutti noi ci diamo da fare nel rendere ogni ambiente più confortevole, nel creare un’atmosfera ancora più intima, e lo facciamo volentieri, senza dubbio. Però… Però è dal 2001 che non passo un Natale a casa, a Ortisei. Non ho figli, e forse questo rende le cose più semplici. E in fondo casa non è poi così distante. Per i collaboratori che vivono separati da mogli e figli da centinaia di chilometri il peso della nostalgia, di un momento rilevante non condiviso, è senz’altro maggiore. Ricordo quando ero bambino. Il momento più importante era senz’altro la vigilia, il 24. Solo quel giorno si preparava l’albero, si creava magicamente quel clima di attesa che sarebbe sfociato di lì a poco. Mica come adesso che senti i jingle natalizi ai primi di novembre. Tutto è troppo commercializzato, imbevuto di aspettative legate esclusivamente al consumo. C’è poco d’intimo nei cartelloni pubblicitari, negli spot televisivi, nei cloni pagliacceschi dei tanti babbi natali che si riversano nelle strade e inondano le tv. In casa si preparava soltanto una corona di aghi di pino con quattro candele la domenica dell’Avvento. Poi ogni domenica se ne accendeva una, fino ad arrivare a quella che precedeva la Vigilia. Però era bella la Vigilia. Si preparava l’albero, sotto o vicino si allestiva il presepe, che per noi gardenesi, popolo di scultori del legno è molto importante, si metteva in bella mostra lo zelten, una torta a base di frutta secca, tipico dolce natalizio il cui nome deriva da selten, raro, si consumava una cena sobria, leggera, conviviale e poi mio padre prendeva la chitarra e si metteva a cantare e noi con lui le classiche canzoni della festa. D’un tratto noi bambini andavamo nelle stanze, per poi tornare fuori quando suonava una campanella: era il momento dei regali. Pochi, semplici, ma sempre speciali. Poco prima di mezzanotte si usciva per strada con i vestiti nuovi e si andava a messa. Una volta più grandicello, con i miei amici mi rifugiavo al pub, mentre i vecchi se ne andavano in chiesa. Una serata speciale. La domenica di solito era dedicata ai parenti. Si andavano a trovare, o venivano loro, i regali non erano importanti e tutto procedeva con un ritmo lento, collaudato. E il 6 gennaio non si festeggiava la Befana, ma i Re Magi. Qualche giorno prima i bambini passavano davanti alle case con il gesso per poi tornare il 6 a ricevere l’oro. Sugli stipiti delle porte con il gesso si scrivevano le prime due cifre dell’anno accompagnate dalle lettere C+M+B (Caspar, Melchior, Balthasar) seguite dalle ultime due cifre dell’anno nuovo. E sempre il 6 l’albero venina spogliato di ogni addobbo. In Hotel ci prepariamo a modo nostro. Abbiamo addirittura un coro e il 23 dicembre cantiamo tutti insieme, noi collaboratori, accompagnati da un bicchiere di vino e una fetta di panettone. Lo stesso coro, il giorno dopo, si esibisce di fronte agli ospiti e la viglia ha inizio. Gli ospiti godono di un’atmosfera speciale, riuniti nelle loro famiglie e caso mai fuori nevica pure. Noi lavoriamo al meglio, senza dare troppo peso a quel vago sentore di malinconia che serpeggia nel cuore. Ci sentiamo un po’ marinai, anche se siamo in montagna, e non vediamo l’ora di approdare nuovamente nei lidi familiari. Per poi ripartire, s’intende.

Manuel Dellago