This is not a cliché.

Le storie di Aprile

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01 Aprile 2021

Che charme il Brutto!

Jean Dubuffet, Art Brut, Autoritratto II, 1966

In questi tempi difficili pare che il Brutto abbia molto più charme del Bello. Il rovistare nella bruttezza dell’agire umano è antica cosa, ma ultimamente ho come l’impressione che vi sia una seduzione nella deformazione, non solo di comportamento, ma anche linguistica. Il laido che adesca, il brutto che emulando Narciso si fa bello salendo sul podio più alto della vanità, neanche si chiamasse BB. Altroché Brigitte Bardot, o la fenomenale coppia Brignone-Bassino. Loro sì che quel podio lo meritano, sono brave e belle.

Ma torniamo al Brutto. Il trash nel costume, nel linguaggio, nel portamento ci porta a cercare nel bidone della spazzatura non differenziata. È disdicevole certo, ma che non sia un reato l’abbiamo saputo qualche tempo fa, quando i magistrati della procura di Genova hanno assolto dall’accusa di furto alcune persone denunciate perché rovistavano tra quel che altri potevano permettersi di buttare via. Mi viene difficile fare dell’ironia a basso costo in questo periodo drammatico, ma tra chi è obbligato a vivere nel brutto e chi lo sceglie c’è una sostanziale differenza. Farsi attirare dall’immondo non è solo una questione di pigrizia mentale, scendere all’inferno in fondo è facile, il brutto non richiede programmazioni intellettuali o sensibilità particolari, ma solo istinti primigeni, semplici, naif. E mentre la mediocrità non conosce nulla di superiore a se stessa, l’elaborazione e lo studio del bello è compito faticoso e necessita applicazione, perché accedere al paradiso, pur avendo tutti la possibilità di diventare santi e belli, è più complicato. Ma a non applicarsi si fa peccato. E il peccato non è solo una questione di incoerenza morale quanto -e soprattutto- una questione di incompetenza, di mancanza di conoscenza.

Il sapere è un bene, l’ignoranza è un male diceva quel grande filosofo.

L’essere umano è sopravvissuto ai mammuth perché ha la capacità di essere flessibile, di modulare schemi e sistemi, cosa che agli animali richiede periodi molto più lunghi. Però usare il cervello, e affinare i sensi, è faticoso. Il buon uso della lingua richiede un buon pensiero e, di pari passo, la disciplina dello sguardo richiede sensi ricettivi, approfondimenti culturali, azioni consapevoli. Quando eravamo piccoli mia mamma non ci permetteva di pranzare con il gomito sul tavolo e il coltello l’ho messo in bocca solo due volte: la prima e l’ultima. Bastava un’occhiata di papà Ernesto per rimetterci seduti se a qualcuno di noi tre maschietti veniva in mente di alzarsi senza rendere grazie. Avere avuto una forma di educazione è stata una fortuna, così come lo è stato il poter vivere in questa parte del mondo.

Siamo quindi chiaramente responsabili di ciò che diciamo, di quel che leggiamo, di come ci comportiamo e anche in parte di ciò che guardiamo. E nello sguardo bisogna selezionare, non per snobismo, ma per sopravvivenza. Per vivere meglio, usare parole che non siano buttate lì a caso, giusto per riempire degli spazi, è un’ottima scelta. La parola porta in sé la traccia della sua origine divina. Nell’antichità i poeti erano semidei, declamavano per ispirazione divina. Mentre la semplificazione dei termini che si usano oggi e ai quali ci hanno abituato soprattutto i populisti -rimango sconcertato dalla volgare mediocrità del linguaggio del fu presidente agitatore di folle d’oltreoceano, e anche di qualche mattatore nostrano- ci sta portando in direzione neolingua. Ma a differenza del capolavoro 1984 di Orwell, nessuno ci impone una neolingua con vocaboli banali invece che ricercati, parole pompose e insignificanti, frasi scontate e luoghi comuni che servono solo a uniformare il pensiero, ad atrofizzarlo. Una lingua piatta, burocratica, priva di simbolismo, di poeticità intorbidisce la testa e il cuore. Anche se ogni tanto qualche bestia scappa dalla gabbia, siamo uomini tra gli uomini, e dobbiamo impegnarci affinché una banale sottocultura dominante non abbia il sopravvento. Trockij credeva nella rivoluzione permanente, noi dobbiamo praticare la rigenerazione permanente, perché

nessuna conquista di civiltà è definitiva, e ciò che non si rigenera degenera.

Tra i saliscendi della vita riusciremo a elevarci o finiremo nell’antiluogo per eccellenza, nel regno delle fiamme? Quel luogo dove non esiste relazione, nessun incontro, dove perennemente ci si trova in un’affollata solitudine?

Questa è l’epoca in cui ci tocca vivere. E allora facciamolo con dignità cacciando il Brutto e godendo del Bello, perché sappiamo benissimo di essere attratti da Apollo ma anche da Dioniso. Sta a noi stabilire le percentuali giuste.

Nutro seri dubbi sulla bellezza che ci salverà, ma di certo non sarà la bruttezza a salvare il mondo. Caso mai lo distruggerà.

michil costa